Si è spento questa mattina a Pavana (Pistoia) l'autore di canzoni che hanno segnato una generazione. Lutto cittadino a Bologna nel giorno del funerale

se ne è andato a 86 anni. A dare la notizia la sua famiglia, i funerali si terranno nei prossimi giorni in forma privata, ma a settembre ci sarà una cerimonia commemorativa pubblica. Umberto Eco lo definì il più colto dei nostri cantautori. Una vita all'insegna dell'impegno.
Francesco Guccini è morto. E oggi, parafrasando una delle sue canzoni più celebri, sembra davvero che sia morto un dio della musica italiana. Aveva 86 anni e si è spento nella sua Pàvana, circondato dall’affetto della moglie Raffaella, della figlia Teresa e dei familiari. I funerali si svolgeranno in forma strettamente privata nei prossimi giorni; a settembre è prevista una cerimonia commemorativa pubblica.
Da tempo viveva ritirato nel paese dell’Appennino pistoiese al quale era legato fin dall’infanzia, cullato da quel «suono continuo ed ossessivo che fa il Limentra» evocato in Amerigo. Una canzone che, attraverso la figura del prozio Enrico, emigrato negli Stati Uniti in cerca di lavoro, raccontava la distanza tra l’America sognata e quella reale, fatta di fatica, miniere e povertà.
Guccini apparteneva al mondo delle osterie, delle balere e della musica suonata insieme, un universo che forse non esiste più ma che le sue canzoni hanno reso eterno. Ancora oggi, a Bologna — la città da lui ritratta come una vecchia signora «col seno sul piano padano e il culo sui colli» — c’è chi cerca il respiro di quei luoghi, a cominciare dall’Osteria delle Dame, fondata dallo stesso Guccini insieme a padre Michele Casali nel 1970.
Per me è stato un punto di riferimento dall’adolescenza in avanti. Il suo fu il secondo concerto della mia vita — il primo era stato quello di Edoardo Bennato, nella stagione di Burattino senza fili — e credo di averlo visto sul palco almeno una ventina di volte.
Al suo fianco c’era una straordinaria compagnia di musicisti: Juan Carlos “Flaco” Biondini, Ares Tavolazzi, il grande batterista Ellade Bandini e Vince Tempera, per citarne soltanto alcuni. Artisti capaci di trasformare ogni concerto in un rito collettivo, sospeso tra musica, racconti, vino e digressioni.
Guccini non è stato soltanto un cantautore e un formidabile narratore di storie, ma anche uno scrittore di grande talento. Indimenticabile Cròniche epafàniche, il suo primo romanzo, pubblicato nel 1989: un viaggio nella lingua, nella memoria e nel mondo ormai scomparso dell’Appennino pavanese.
Il debutto nel 1967 con Folk Beat n. 1
Il viaggio discografico di Francesco Guccini come interprete cominciò nel 1967 con Folk Beat n. 1, pubblicato semplicemente con il nome “Francesco”. Un esordio già personale e poco accomodante, a partire da quel titolo curioso al quale, per la cronaca, non sarebbe mai seguito un numero due. Il disco uscì originariamente in formato 33 giri, suddiviso nei tradizionali lati A e B.
Pur trattandosi del suo primo album, conteneva già alcune canzoni destinate a diventare pietre angolari del cantautorato italiano e del repertorio gucciniano: Noi non ci saremo, In morte di S.F. — in seguito conosciuta come Canzone per un’amica — e Auschwitz (La canzone del bambino nel vento).
Canzone per un’amica fu per lunghissimo tempo il brano con cui Guccini apriva i suoi concerti, mentre La locomotiva, pubblicata soltanto nel 1972 nell’album Radici, ne rappresentò per molti anni l’immancabile conclusione. Non è quindi corretto lasciare intendere che entrambe facessero già parte del disco d’esordio.
In Auschwitz, Guccini affidava alla voce del bambino nel vento una domanda tanto semplice quanto terribile: quando l’umanità imparerà finalmente a vivere senza uccidere? Un interrogativo che, quasi sessant’anni dopo la pubblicazione della canzone, resta tragicamente senza risposta.
L'ULTIMA THULE E LE CANZONI DA INTORTO E DA OSTERIA
Orientarsi nella discografia di Francesco Guccini è un’impresa titanica. Per il cantautorato italiano, Guccini è stato ciò che il maestro Alberto Manzi rappresentò per la televisione educativa: una guida capace di avvicinare un pubblico vastissimo alla letteratura, alla storia e al mito. Manzi condusse dal 1960 al 1968 Non è mai troppo tardi, il programma che contribuì all’alfabetizzazione degli adulti italiani e grazie al quale, secondo le stime, quasi un milione e mezzo di persone riuscì a conseguire la licenza elementare.
Guccini fece naturalmente qualcosa di diverso, ma insegnò a intere generazioni a frequentare personaggi, libri ed epoche lontane senza mai assumere il tono del professore. Con Don Chisciotte, contenuta nell’album Stagioni del 2000 e interpretata insieme a Juan Carlos “Flaco” Biondini, rese familiari il cavaliere della Mancia, Sancho Panza e l’irraggiungibile Dulcinea del Toboso.
Con Odysseus, pubblicata in Ritratti nel 2004, restituì Ulisse alla sua dimensione più umana: non soltanto l’eroe di Omero, ma un uomo sospinto dal desiderio di conoscere, di reinventare il mondo e di andare «verso isole incantate, verso altri amori, verso forze arcane».
C’è poi Bisanzio, uno dei vertici di Metropolis, album del 1981 costruito intorno a città dalla forte valenza storica e simbolica. La Bisanzio immaginata da Guccini non è il luogo in cui gli imperi d’Oriente e d’Occidente si ricongiungono, ma una città di frontiera, crocevia di popoli, lingue e religioni, «sospesa tra due mondi e tra due ere».
Infine Cirano, pubblicata nel 1996 in D’amore di morte e di altre sciocchezze. Non è semplicemente un’ode alla bella Rossana, ma un autoritratto mascherato e furioso, ispirato al personaggio di Edmond Rostand: un’invettiva contro l’arrivismo, l’ipocrisia, il conformismo e la mediocrità. Dietro il guerriero delle parole affiora però l’uomo malinconico, condannato da un naso che «di mezz’ora mi precede» e salvato dalla scrittura, dall’amore e dalla speranza che esista «un posto dove non soffriremo».
RIP

Ciao Francesco, R.I.P.
RIP
